A guardarla da fuori, potrebbe sembrare una delle tante conferenze dedicate all’innovazione digitale nel costruito. In realtà, l’appuntamento “BIM (K)now! – BIM Paradigms: Architecture as a Living System”, ospitato all’Università di Pavia, ha messo in scena qualcosa di più profondo: una ridefinizione del ruolo stesso dell’architetto, sospeso tra tecnologia, responsabilità culturale e capacità critica.
Il tutto esaurito registrato dall’iniziativa non è stato solo un dato organizzativo, ma il segnale di un interesse crescente verso una trasformazione che riguarda l’intero settore. Qui il BIM non è stato raccontato come semplice strumento operativo, bensì come infrastruttura concettuale capace di collegare discipline, attori e fasi del progetto in un unico flusso continuo.
Non a caso, il punto di partenza non è stato tecnico. Vittorio Andrea Sellaro, ideatore dell’evento, ha scelto un ingresso quasi filosofico, mettendo al centro il disorientamento che molti professionisti vivono di fronte alla velocità del cambiamento, oggi amplificata dall’intelligenza artificiale. In questo contesto, la “bussola interiore” (evocata attraverso un dialogo tra Renzo Piano e Alessandro Baricco) diventa una metafora operativa: non un rifugio, ma uno strumento per prendere decisioni anche rischiose, mantenendo una coerenza qualitativa che va oltre la pura esecuzione.
Questa idea si riflette direttamente nella definizione di architettura proposta durante la giornata: non più oggetto statico, ma sistema vivente. Il dato, in questa prospettiva, assume il ruolo di DNA del progetto, una matrice informativa che accompagna l’edificio dalla nascita alla gestione. È una visione che impone un cambio di scala mentale, come ha evidenziato Alessandro Greco raccontando la complessità del patrimonio dell’Università di Pavia: oltre 255.000 metri quadrati distribuiti in 55 edifici, tra chiostri storici (come quello di San Felice) e laboratori di frontiera per la ricerca chimica e farmaceutica.
La digitalizzazione diventa un linguaggio comune capace di tenere insieme conservazione e innovazione.
Se il quadro teorico ha definito le coordinate, i casi studio hanno mostrato cosa significa operare davvero in questa direzione. Il racconto della Elbphilharmonie di Amburgo, portato da Giovanni Guccini, professionista del blasonato studio internazionale Herzog & de Meuron, ha restituito tutta la tensione tra intuizione progettuale e realizzazione concreta. Diciassette anni di sviluppo, un progetto segnato da critiche e costi crescenti, e una complessità tecnica che ha richiesto un controllo minuzioso di ogni componente: è qui che entra in gioco l’Ausführungsplanung tedesco, dove ogni elemento viene definito “fino all’ultima vite”. In questo scenario, il BIM ha funzionato come strumento di coordinamento per oltre 175 professionisti, ma anche come difesa del progetto stesso, capace di renderne leggibile e sostenibile l’evoluzione.
Su un altro fronte si colloca l’esperienza di uno dei più importanti studi al mondo, BIG, raccontata attraverso Cristina Greco e Preety Anand, che ha mostrato come il BIM possa agire già nelle fasi più precoci del concept, integrandosi con il computational design e le analisi LCA. Il progetto del Dock A dell’aeroporto di Zurigo – una grande infrastruttura realizzata quasi interamente in legno – è emblematico: 1.700 elementi tutti diversi tra loro, gestiti attraverso logiche parametriche e strumenti sviluppati ad hoc come il Pro Big Ribbon per Revit. In questo caso, il dato non serve solo a coordinare, ma a prevedere: l’edificio viene progettato con uno sguardo che abbraccia i prossimi 30-50 anni, anticipandone comportamento e prestazioni.
Ancora diversa è la prospettiva proposta da Lombardini 22, che ha spostato l’attenzione sul rapporto tra informazione e realtà fisica. La progettazione diventa un processo “multiautoriale”, dove discipline diverse si intrecciano secondo logiche di design thinking. Tecnologie come droni, LiDAR e GeoRadar permettono di acquisire una conoscenza estremamente precisa dell’esistente, quasi come una diagnosi medica. Su questa base si innesta l’uso della Generative AI, attraverso piattaforme interne come “Nilo AI”, in grado di produrre rapidamente scenari progettuali, immagini e modelli tridimensionali. Parallelamente, la realtà aumentata porta il modello direttamente in cantiere, consentendo verifiche immediate e riducendo il rischio di errore prima che si trasformi in problema.
Il tema della gestione nel tempo è stato invece approfondito attraverso l’esperienza dell’Università di Torino presentata da Lavinia Chiara Tagliabue. Qui il Digital Twin assume una dimensione operativa avanzata: non solo rappresentazione digitale, ma sistema integrato che utilizza Knowledge Graphs, GeoAI e sensori IoT per monitorare condizioni ambientali e utilizzo degli spazi. Nel Campus Einaudi, ad esempio, parametri come temperatura, CO₂ e umidità vengono controllati in tempo reale per migliorare il comfort e, di conseguenza, le performance cognitive degli studenti. Il caso del museo MACA aggiunge un ulteriore livello, introducendo un’interfaccia conversazionale che rende l’edificio accessibile anche come strumento educativo.
A emergere, lungo tutto il percorso della giornata, è stata una ridefinizione delle competenze richieste ai professionisti. La padronanza di software, scripting e computational design è ormai considerata imprescindibile, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. Tuttavia, queste competenze tecniche devono convivere con capacità relazionali, apertura interdisciplinare e disponibilità a sperimentare, accettando l’errore come parte integrante del processo.
Interessante, in questo senso, anche il tema della cosiddetta “democratizzazione” del BIM. Non più prerogativa dei grandi progetti o delle grandi firme, ma strumento applicabile a qualsiasi scala. L’aneddoto raccontato da Guccini (la progettazione di una piccola gelateria di 45 metri quadrati interamente in BIM) diventa emblematico: non una scelta da “vendere” al cliente, ma un vantaggio operativo per il progettista, capace di migliorare precisione ed efficienza.
Il filo rosso che lega tutti gli interventi porta verso una conclusione condivisa: il BIM, ormai pienamente diffuso, non rappresenta più il traguardo. La sfida si sta spostando oltre, verso l’integrazione con l’intelligenza artificiale e verso una gestione sempre più fluida e trasparente dell’informazione. In questo scenario, lo stesso acronimo potrebbe perdere centralità, assorbito in un sistema più ampio e meno etichettabile.
Ciò che resta, invece, è il ruolo dell’architetto, destinato a trasformarsi in un “progettista aumentato”: una figura capace di navigare tra dati complessi, tecnologie emergenti e pressioni esterne, mantenendo una direzione chiara. Una direzione che, come ricordato all’inizio della giornata, non può che essere guidata da quella bussola interiore che orienta verso la qualità, la responsabilità e, soprattutto, verso le persone che vivono gli spazi progettati.